Sei e Quindici

“Linea undici. Agucchi.Bertalia”

Dalla stanza dove Luca è sdraiato si sente tutto, ogni rumore: le macchine che passano, il lamento del gatto che hanno portato dal veterinario aperto 24 ore, le chiacchiere delle persone ferme alla fermata che aspettano.

“Linea novanta. Piazza Cavour”

Ha gli occhi aperti, anche se la sveglia non è ancora suonata.


Sente Giorgio, il cinese del bar all’angolo, che apre la saracinesca e trascina le sedie fuori dal locale; sente il ronzio da moscone del lampione che illumina la strada e i due ragazzi che stanno chiacchierando sotto la finestra.

Ieri sera ha fatto tardi, dopo aver riportato a casa la nonna si è fermato all’Amadeus.
Non gli piace quel locale, ma è l’unico in zona e non aveva voglia di rientrare subito a casa, così ha lasciato in macchina la borsa con la roba sporca e le posate e si è incamminato a piedi fino al PUB.

“Il tempo di un coca e rhum e un pretzel.”

Ha finito per rincasare all’una passata.

Ora la mattina ancora non si è fatta vedere e tra le stecche un po’ storte della tapparella filtra solo la luce bluastra delle insegne dei negozi ancora chiusi.

Si gira nel letto.

E’ una strana sensazione, il cervello non è per nulla intorpidito, come se avesse risposto ad un interruttore.
La levetta su ON e ha aperto gli occhi perfettamente sveglio.
Cerca il telefono sul comodino per controllare l’ora.
Le sei e quindici minuti, mancano più di due ore a quando dovrà alzarsi per andare in ufficio.
Sbuffa e sbatte la testa sul cuscino, spinge  la nuca con forza contro la federa, cerca di di farsi avvolgere e di ovattare i suoni,il silenzio magari lo farà riaddormentare, ma la sua testa è già altrove.

Gli impegni della giornata gli si svolgono davanti: l’ufficio alla mattina, la lavatrice con i pigiami  e, infine, dovrà passare a prendere, per l’ennesima volta, sua nonna.

Si gira ancora, gli occhi si sono abituati alla poca luce e ora riesce a distinguere gli oggetti della stanza.
I colori no, quelli ancora non arrivano.

“Nel buio il primo ad andarsene è il rosso.”

I pensieri gli piombano in testa senza preavviso.

Si alza a sedere infastidito, non vorrebbe essere così sveglio: la mattina di solito dorme fino all’ultimo secondo utile, stringendosi le ginocchia e fiaccando le palpebre per non aprirle.
Controlla di nuovo il telefono, le sei e trentuno, poi accende la luce e va in bagno.
Il gatto lo guarda dalla poltrona senza muoversi, infastidito da quel movimento inconsueto del suo padrone.

In piedi davanti al water continua a pensare, mentre piscia.

“Dovrei avere sonno, invece sembro fatto di Popper”

In realtà lo ha sniffato una sola volta, alcuni anni prima.
L’odore simile all’acqua ragia gli è entrato nelle narici e poi su fino al cervello, allargando i vasi sanguigni come per sturarli e lui è scoppiato a ridere, ipercosciente di tutto e tutti.

Ritorna a letto e spegne la luce.
Sul soffitto si inseguono le luci delle macchine

“Linea 36 orti”

Controlla nuovamente il telefono, il display gli dice che sono quasi le sette.

“Ho paura”

Lo ha detto suo padre subito prima che si salutassero ieri sera.

“Di cosa scusa? E’ tutto tranquillo no?”
“Ho paura lo stesso”
“Senti siamo cotti, sia io che la nonna, ci vediamo domani”

Un po’ di luce inizia a sbiadire oltre i palazzi e lui sente le palpebre appesantirsi leggermente

“Finalmente”

Il display si illumina di colpo e il telefono inizia a trillare, lui scatta a sedere e aspetta qualche secondo prima di premere il tasto della risposta che brilla sotto la scritta: “NUMERO PRIVATO”
Trattiene il fiato e aspetta ancora, poi si porta il telefono all’orecchio.
“Buongiorno parlo con Luca Menarini?”
“Si sono io”
“Siamo spiacenti di informarla che suo padre è deceduto questa mattina alle 6 e 15 minuti”
“Ho capito, grazie”

Riaggancia nuovamente sveglio.

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